2012 - La Distruzione

Cosa c'è di vero?

L'insegnamento di Siddhartha: come rispondere ai nostri bisogni?

Benché questo senso di mancanza di cui abbiamo parlato nel precedente post possa essere dovuto a privazioni, la maggior parte degli esseri umani vive un senso di "mancanza psicologica": più soldi, più cose, più potere su più persone, più sesso con più partner in sempre più posizioni. Vogliamo sempre di più. Pensiamo che, in questo modo, prima o poi ci sentiremo soddisfatti. Paul Getty è stato l'uomo più ricco del mondo. Verso la fine della vita, gli venne chiesto: "Mr. Getty, lei ha più denaro di qualunque persona al mondo. Ora le basta?". "Non ancora", rispose Getty. E' sempre così: non basta ancora, non basta mai. Abbiamo imparato a vivere spinti da questo senso di mancanza e quindi a vivere in una continua ansia, una continua preoccupazione.

In ogni epoca, in ogni cultura, pochi individui isolati hanno infranto questa allucinazione, comprendendo che il senso di un "io separato" è una fantasia. Non si tratta di un automiglioramento, di un lavoro su se stessi per diventare persone migliori, più amorevoli e più consce. E' una trasformazione improvvisa e radicale che dalla continua preoccupazione "per me" e la "mia storia" passa alla comprensione dello spazio, della vastità e dell'eternità in cui questa storia si svolge. Una volta corretta questa allucinazione di base, tutto il resto inizia ad andare a posto. I rapporti, per esempio, non sono più tra un "me" e un "non me". Ora guardiamo l'apparenza dell'"altro" e riconosciamo che l'essere dietro quella apparenza è lo stesso di colui che la guarda, solo in forma diversa. Il senso di essere un'entità separata che vuole e desidera cose dall'ambiente inizia a sciogliersi come neve al sole. Al posto di quell'entità separata c'è ora una coscienza, una presenza, un amore incondizionato che non ha bisogno di nulla. Invece di trovarci su questo pianeta per "accumulare cose per me", la vita diventa un flusso di generosità dello spirito. Lo scopo della vita diventa amare senza condizioni, dare senza motivo.


Vi sono sempre stati degli esseri che hanno fatto questo salto identificativo dalla forma all'assenza di forma, dal contenuto al contenitore.

Duemilacinquecento anni fa visse un principe di nome Siddhartha. Per anni tentò tutto il possibile nella sfera del lavoro su se stesso e alla fine si stancò e si sedette sotto un albero, che divenne l'albero della bodhi. Durante la notte, ogni sorta di allucinazioni sorse nella sua mente: fantasie sessuali, scene di ricchezza e potere, immagini spaventose. Ma aveva l'intelligenza e la presenza per riconoscere che erano tutte produzioni della sua mente. Quando il sole sorse, giunse a una semplicissima comprensione. Vide che tutto, pensieri, ricordi, desideri e paure, sono solo il gioco e l'attività della mente, qualcosa di fondamentalmente inaffidabile. Si chiese che cosa rimane dopo essersi liberati dall'attaccamento alle idee della mente e comprese che la sua vera natura era pura coscienza, pura consapevolezza. Nella sua lingua, il termine per indicare questo stato era budh, e da quel momento divenne noto come colui che possedeva questa budh, il Buddha. Si narra che, riunendosi ad alcuni suoi precedenti compagni di ricerca a Sarnath, questi videro il suo volto risplendere di una luce radiosa: "Ehi, sembri in gran forma!", esclamarono. "Hai trovato una nuova pratica, un nuovo maestro? Che cosa hai fatto'".
Si dice che la risposta sia stata:
"Non ho fatto niente".
Questa è la bellezza di tutta la cosa. Niente era cambiato, niente era stato migliorato. Era avvenuta la semplice comprensione di qualcosa di più profondo di tutto ciò che cambia.

Nel prossimo post, parleremo di quelle persone che hanno avuto delle comprensioni dirette, molto simili a quella del Buddha sotto l'albero della bodhi.

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