2012 - La Distruzione

Cosa c'è di vero?

Il Teschio Mitchell-Hedges: la storia e i poteri


All'inizio del XX secolo Thomas Gann, professore di Archeologia del Centro America all'Università di Liverpool, scopre Lubaantun, il luogo delle pietre perdute, un sito maya nel Belize meridionale.
Nel 1915 Raymond Merwin del Peabody Museum dell'Università di Harvard vi guida una successiva spedizione: la zona viene ripulita dalla vegetazione, viene dettagliatamente mappata e vi vengono scattate alcune fotografie.
Nel 1926 il British Museum finanzia degli scavi che accertano la data di costruzione della città, collocandone la massima fioritura in un periodo compreso fra il 730 e l'890 d.C. Da tali analisi risulta anche un fatto insolito, ma non per i Maya: pare che la città sia stata abbandonata di colpo.

Dopo la spedizione del British Museum, Lubaantun, trascurata dagli archeologi, diventa fertile terreno di saccheggio per i tombaroli.


Nel 1927 una ragazzina, Anna, accompagna Frederick Albert Mitchell-Hedges, suo padre adottivo, archeologo ed esploratore, in una spedizione in Belize. Quel viaggio le cambia la vita: a Lubaantun, alla base del muro di un edificio fatiscente, vede spuntare qualcosa che riflette la luce in modo splendido, un teschio di cristallo. Tre mesi dopo, a circa otto metri di distanza, il gruppo ritrova una mandibola che si incastra perfettamente con il teschio, da allora chiamato, dal nome della sua scopritrice, Teschio Mitchell-Hedges.
Anna terrà sempre con sé quel prezioso tesoro.



Il teschio Mitchell-Hedges è il più importante fra i teschi rinvenuti, il più rifinito e, insieme a un altro di cui parleremo in seguito, è il solo ad avere la mandibola mobile. E' stato ricavato da un unico blocco di cristallo di quarzo con straordinarie doti di lucentezza. La sua superficie, trasparente alla luce, è del tutto levigata.
Ha dimensioni perfettamente naturali: è alto poco più di 17 centimetri, è largo altrettanto, è profondo 21. Eccezion fatta per il peso, che è di 5 chili, rispecchia le misure di un cranio umano, dentatura compresa, con soltanto alcune lievi imprecisioni nella riproduzione delle ossa occipitali e degli zigomi.
I suoi occhi sono dei prismi: la leggenda vuole che scrutandoli si riesca a conoscere il futuro.
Una ricostruzione somatica operata sul teschio indica che, probabilmente, il modello sia stato il volto di una donna.

La storia del ritrovamento del teschio di Mitchell-Hedges ha molti punti oscuri e i vari resoconti che ci sono pervenuti sono contrastanti: non c'è alcuna notizia che attesti che il teschio fosse in possesso della famiglia Mitchell-Hedges prima del 1943 e non c'è alcuna foto di esso fra quelle scattate in occasione della missione archeologica del 1927 a Lubaantun. Comunque sia, l'oggetto rimane in possesso di Anna dopo la morte del padre adottivo, il quale lascia scritto nel suo testamento che dovrà essere la figlia a conservarlo: nessuno ne contesterà mai la proprietà.
Nel 1970 il laboratorio Hewlett-Packard di Santa Clara (California, USA), specializzato nell'analisi di quarzi e cristalli, lo sottopone a una serie di approfonditi esami, ai quali partecipa anche un esperto di gemmologia: l'americano Frank Dorland.
I risultati raggiunti sono sconcertanti.

Dal punto di vista tecnico il teschio di Mitchell-Hedges è un oggetto impossibile, un manufatto che non dovrebbe esistere: anche con le strumentazioni odierne, infatti, sarebbe estremamente difficile riprodurlo. Bisogna ricordare a questo punto che l'indice di durezza del quarzo è di poco inferiore all'indice di durezza del diamante e che pertanto costruirvi un qualcosa di così rifinito è cosa tutt'altro che agevole.
La prima, sorprendente conclusione del laboratorio Hewlett-Packard è che il teschio sia stato inciso procedendo in senso contrario rispetto all'asse naturale del cristallo, rispetto, cioè, all'orientamento dei suoi piani di simmetria molecolari. Questo procedimento è molto rischioso: rende possibile una lavorazione più fine e la realizzazione di particolari molto minuti perché il materiale non si sfalda in lamelle, ma comporta il costante pericolo che un colpo non preciso dello strumento usato per sbozzare il blocco ne causi la frammentazione. Per questo motivo gli intagliatori moderni rispettano sempre i piani di simmetria dei cristalli e per questo motivo sembrerebbe naturale ritenere che l'oggetto non sia stato scolpito di recente.
I tecnici della Hewlett-Packard analizzano accuratamente al microscopio la superficie del teschio eppure non riescono a individuarvi alcun graffio che attesti l'impiego di uno strumento meccanico per la levigazione. Questa circostanza meraviglia molto Frank Dorland che non riesce a spiegarsi quale tecnica di lavorazione sia stata usata. Alla fine ipotizza che il blocco sia stato sgrossato usando diamanti e che poi sia stato levigato pazientemente con della sabbia quarzifera bagnata.
Ma se davvero è andata come immagina Dorland, allora scolpire il teschio Mitchell-Hedges è stata un'impresa spaventosa: si calcola che tale opera di taglio e rifinitura avrebbe dovuto richiedere fino a trecento anni di lavorazione continua!



Altro elemento sorprendente è che l'oggetto sembra avere al suo interno una serie di lenti e prismi che gli consentono di riflettere la luce in modo particolare quando ne viene attraversato: il quarzo allo stato naturale, infatti, non produrrebbe i giochi di luminosità che produce il teschio Mitchell-Hedges.
Un lavoro enorme, quindi, che rivela una grandissima padronanza tecnica. Un lavoro che lascia senza parole gli esperti che lo esaminano e i cui procedimenti ancora non si conoscono appieno.

Anna Mitchell-Hedges non consentirà più, in futuro, che il suo teschio sia sottoposto a ulteriori analisi.
Certo è che un tale impegno si può spiegare solo con il fine di un elevato obiettivo. E, come abbiamo visto, la leggenda maya parla di un obiettivo il cui valore è fondamentale per il genere umano.
Chiunque l'abbia fatto e qualunque ne sia stato l'utilizzo, il teschio di Mitchell-Hedges da sempre suscita reazioni contrastanti in chi lo osserva: alcuni ne sono affascinati, altri turbati; c'è chi giura di averlo visto muoversi, chi che emani profumi.
Persino i suoi presunti scopritori sono discordi nel descrivere le emozioni scaturite in loro: Anna prova una tale fascinazione per il teschio e per i riflessi di luce che esso emana dagli occhi che non se ne separerà per tutta la vita; il padre, invece, non ne sopporta la presenza, ne viene sopraffatto e sconvolto al punto tale da assumere comportamenti ai limiti della nevrosi, provando per lui un sentimento che oscilla fra l'amore e l'odio.
Il gemmologo Frank Dorland fa degli strani racconti: una volta avrebbe visto un alone luminoso circondare il teschio e permanere per parecchio minuti; una volta avrebbe udito provenire da esso degli strani suoni, come degli scampanellii; un'altra vi avrebbe visto attraverso il riflesso di remoti paesaggi.

E torna la domanda che già ci siamo posti per il teschio del British Museum of Mankind: suggestione o reale potere?
Di fatto Anna Mitchell-Hedges ha passato tutta la vita a custodire gelosamente il suo teschio, sviluppando con  esso un rapporto di dipendenza e simbiosi. E' morta centenaria, recentemente.

Approfondisci con:
- La profezia dei tredici teschi di cristallo
- Il Teschio del British Museum of Mankind

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